Le mie signore si prendono cura di me – L’intervista

Le mie signore si prendono cura di me – L’intervista

Alice, Alice, ostretica MSF, racconta la sua esperienza a bordo della nave Aquarius

Una delle persone più eccezionali che ho incontrato a bordo è stata la 28enne Alice, l’ostetrica che lavora sull’Aquarius. È la seconda volta che lavora con Médecins sans Frontières (MSF) e dice che “sicuramente non sarà l’ultima”. “A volte mi sento come un’istruttrice di palestra. Ripeto ‘respira, respira’ continuamente. È la cosa che dice più spesso un’ostetrica”.

Nel 2016 Alice ha partecipato ad una missione di MSF in Congo. Durante i suoi studi a Londra ha lavorato in Etiopia. Alice, che è cresciuta in un piccolo villaggio nel sud della Francia, lavora come ostetrica da 5 anni. La vasta esperienza raccolta in paesi africani, dove le condizioni lavorative sono molto diverse da quelle degli ospedali di Londra, l’hanno aiutata a capire meglio le donne a bordo e a costruire facilmente relazioni con le sue protette nel breve periodo in cui le affianca.
Ho trascorso molte ore parlando con Alice ed aiutandola, era lei ad occuparsi di tutte le donne salvate ed accolte nel rifugio. Mi ha raccontato la sua esperienza durante le sue prime tre settimane di lavoro come ostetrica a bordo dell’Aquarius.

Verena: “Ovviamente sono curiosa di sapere come funziona il lavoro di un’ostetrica a bordo. Deve essere molto diverso da quello in un ospedale, no?”
Alice: “Quando studi per diventare ostetrica nel Regno Unito, che è dove ho studiato io, la maggior parte della formazione ruota attorno al periodo della gravidanza. Ma una volta cominciato a lavorare per MSF, niente ti può preparare a quello che vivrai. MSF ha ampliato il ruolo dei compiti delle ostetriche fino ad includere più in generale la salute delle donne. Non si tratta solo del parto. Alcune di queste donne non hanno visto un dottore o un’ostetrica durante l’intera gravidanza. Arrivano a bordo con quest’enorme pancia e non hanno mai visto un professionista. Ma è un momento importante e voglio farle sentire speciali, voglio che il loro bambino sia speciale.”

Alice spiega che le donne spesso le dicono di essere incinte già durante la prima registrazione. Se non ne sono sicure, Alice gli fa fare un test di gravidanza e si assicura che la mamma e il bambino siano in buona salute, dopo tutto quello che hanno passato. Durante il salvataggio più recente, 120 donne rifugiate sono state ospitate a bordo. Non ho visto Alice sul ponte negli ultimi giorni, trascorre la maggior parte del suo tempo con “le sue signore”, come chiama affettuosamente le sopravvissute. Le visite iniziano di solito la mattina alle 9, nei giorni in cui ci sono rifugiati a bordo spesso Alice non finisce prima delle 8:30 di sera. Sono curiosa di saperne di più sulle sue giornate, soprattutto quelle dopo un grande salvataggio come quello di qualche giorno fa.

Verena: “Cosa ti aspettavi da questo lavoro quando hai deciso di unirti alla missione MSF?”
Alice: “Sinceramente, non sapevo cosa aspettarmi, finché non sono salita a bordo ed ho cominciato a lavorare. Una volta ho fatto 37 visite nel gira di un giorno e verso la fine della giornata ero distrutta. Una delle mie signore si accorse che avevo dimenticato di annotare la pressione del sangue e dovetti prendergliela di nuovo, allora mi disse: “Oh Alice, sei talmente stanca.” Sai, le mie signore si prendono cura di me. Come Jamila* che una volta mi chiese se quel giorno avevo mangiato, perché non mi aveva ancora vista fuori dalla clinica.”

Verena: “Mi chiedo, quanti dei test di gravidanza che hai fatto sono risultati positivi?”
Alice: “Delle 120 donne salite a bordo in seguito all’ultimo salvataggio, 22 hanno fatto il test e 20 di loro poi i regolari controlli della gravidanza. Sono triste perché due di loro sono rimaste incinte in seguito a stupri. (…) Di solito non faccio domande, soprattutto se sono ad uno stadio avanzato della gravidanza, perché sappiamo di non poter fare nulla al riguardo. Inoltre non ho la forza psicologica di aiutarle. Le 48 ore che trascorrono a bordo sono troppo brevi per iniziare una terapia, ma gli chiedo sempre se hanno subito violenze. Il problema è che un sacco di loro non associano lo stupro alla violenza. (…) Come Jamila(*), voleva fare un test di gravidanza solo perché era preoccupata di essere rimasta incinta senza essere sposata.”

Di solito Alice parla con le sue signore durante le visite, a volte condividono le loro storie. Spesso parlano di rapimenti, torture o morte dei loro mariti, eventi che le lasciano senza un posto in cui vivere. Solo a volte il cadavere viene riportato alla moglie.

Alice aggiunge: “Quando cominciano a raccontare queste cose, approfondisco e gli chiedo se hanno subito violenze, se sono state stuprate o se qualcos’altro gli è accaduto.”
Alice spiega che, certo, si commuove, ma piangere di fronte alle pazienti non sarebbe appropriato. È la mattina dopo, mentre scrive i certificati medici, che le storie che ha ascoltato la assalgono ed è difficile trattenersi. Durante le ore solitarie della mattina può lasciarsi andare.

Verena: “Ti va di condividere la storia di una delle tue signore con me?”
Alice: “Uno degli incontri che più mi ha segnata è stato quello con la 16enne Jamila. Jamila mi chiese cosa volesse dire il mio nome. Non ne avevo idea, sono Alice e basta. Allora le chiesi cosa volesse dire Jamila. E lei disse: ‘Bella e cose belle’. Jamila, bella e cose belle, era molto dolce. Era stata rapita dalla Nigeria. Non sa esattamente come. Secondo lei una brava signora l’aveva tolta dalla strada dove Jamila faceva l’elemosiva o vendeva acqua e le aveva promesso del cibo. Era stata molto ingenua. Guidarono per delle ore e Jamila cominciò a preoccuparsi, perché i suoi genitori si sarebbero preoccupati. Jamila dovette promettere di obbedire alla sua nuova ‘zia’. A quel punto cominciò a spaventarsi sul serio. La signora la portò dall’altra parte del deserto insieme ad altre persone. Ma ebbero un incidente d’auto e otto persone morirono – anche la signora che aveva portato via Jamila. La ragazza era poi stata portata in un centro di detenzione nel deserto di Sebka, gestito da un uomo nigeriano violento. Un giorno venne un uomo e disse che l’avrebbe aiutata. L’uomo comprò Jamila dal centro di detenzione e la portò a casa sua, dove lei dovette pulire e cucinare. Dopo tre giorni l’uomo volle dormire con lei. Quando lei si rifiutò perché non erano sposati, minacciò di riportarla al centro. ‘Quindi l’ho fatto’, ha detto. Ho cercato di spiegarle che non andava bene, che era sbagliato, che era stata… stuprata. Ma per lei l’unico problema del sesso non consensuale con l’uomo che l’aveva stuprata era che non erano sposati e che dopo non ebbe il ciclo per un mese. Quando Jamila disse all’uomo che non aveva più il ciclo, lui la vendette ad un arabo che la riportò nel centro di detenzione. Jamila ci rimase altre due settimane prima di essere portata alla spiaggia una sera e costretta a salire su una barca. Le ho chiesto se sapesse dove la stavano portando e lei disse ‘no’. Non sapeva dove stessero andando e quelli che chiedevano venivano picchiati. Durante la registrazione a bordo dell’Aquarius Jamila si era chiesta se fosse incinta, visto che non aveva avuto il ciclo dallo stupro. Quindi le feci il test di gravidanza e risultò positiva. È stato l’unico momento in cui Jamila ha mostrato un qualche tipo di preoccupazione ma persino allora è sembrata soprattutto disorientata. Era preoccupata perché tutte le donne incinte nel suo villaggio erano sposate. Le dissi che forse, una volta arrivata in Italia, non avrebbe dovuto tenere il bambino, se non avesse voluto. E Jamila disse: ‘Si, non lo voglio. Perché un giorno vorrei avere un bambino con mio marito’. Le dissi, che le persone non potevano costringerla a fare sesso con loro, che non andava bene. E lei rispose che l’unica cosa che non voleva era tornare al centro di detenzione nel deserto di Sebka. Perché sarebbe stata di nuovo rapita e stuprata. Tutto era surreale per lei. Questa è stata una delle storie peggiori che ho ascoltato qui.”

Verena: “è interessante vedere come le donne raccontano le loro storie, ascoltare la loro prospettiva sulle cose che le sono successe. Sai cosa succede a quelle che sono stuprate e rimangono incinte? Cosa succede a quelle che subiscono violenze?”
Alice: “Non lo so. L’ultima volta, a Salerno, le hanno portate in una tenda militare dove avevano organizzato una speciale clinica per donne.”
La nostra conversazione poi si sposta sulla vita di tutti i giorni nel rifugio, Alice spiega: “sai, a volte, è il caos completo qui. Quando tiro fuori i giocattoli per bambini, quando è affollato nel rifugio, cerco di trovare dei modi per evitare il caos più completo.”
Durante le brevi pause fra le consultazioni, Alice si siede a chiacchierare con le madri e a giocare con i bambini. “L’altro giorno, quando sono uscita dal retro della clinica, le donne mi hanno chiesto se potevano avere pollo e riso. Così gli ho detto: ‘certo, trovate un modo per cucinare per mille persone e poi lo facciamo insieme’ e sono scoppiate a ridere. Un’altra volta il rifugio era molto pieno dopo una grande operazione di salvataggio ed alcune delle donne mi chiesero se la nave si stava dirigendo verso l’Italia. Gli dissi che la nave era ancora in alto mare e stava per soccorrere altre persone. Le donne si guardarono con stupore e fecero notare che non c’era più spazio a bordo. E io dissi che avremmo dovuto fare spazio! Ma loro insistettero che non c’era più spazio e allora dissi ‘va bene, li lasceremo in acqua allora!’. Le donne mi guardarono e dissero: ‘No, certo, non vogliamo questo zia. Faremo più spazio!”
Quello di cui ci si dimentica spesso, è che le donne salvate sono delle sconosciute, e chiedo ad Alice come si sentono a condividere il rifugio. Lei crede che le condizioni a bordo non siano ideali ma comunque molto meglio di quelle dei centri di detenzione. Qui ogni donna ha una coperta e sanno che sono al sicuro.

Verena: “Da dove prendi la tua energia?”
Alice: “Ho un team fantastico. Sono i migliori! Sono magnifici, tutti. I dottori sono eccezionali e gli altri sono grandiosi. Delle bravissime persone. È da loro che prendo la mia energia. La notte, quando ho avuto una giornata pienissima, sono giù di morale e piango, mi dicono ‘Oh Alice, va tutto bene, piangiamo tutti, va tutto bene. Guarda qui’ e mi mostrano un video sciocco. E poi la mia squadra medica mi dà la più completa libertà d’azione e sono sempre lì quando ho bisogno di loro. Sono i migliori, è fantastico lavorare con loro! Sono loro a darmi energia.”
Dopo due giorni a bordo, Alice dice addio alle sue signore. Munite di cartellina medica e dei risultati delle visite, Alice spera che il suo lavoro le aiuterà ad ottenere lo status di rifugiate. Nonostante l’elevato numero di donne fra i sopravvissuti all’ultimo naufragio, Alice conosce tutte per nome e le saluta tutte. Per lei l’obbiettivo principale della sua missione è restituire dignità. E certamente chiamare qualcuno per nome è il primo, importantissimo passo. “Le fa sentire speciali – perché lo sono! Sono specialissime e ne hanno passate tante!”

Alice sarà a bordo dell’Aquarius fino ad Agosto. Ha promesso di rendermi visita a Berlino e già non vedo l’ora di accoglierla qui!

*il nome è stato cambiato

Intervista condotta da Verena Papke 

Le dichiarazioni di Alice subito dopo l’incredibile nascita del piccolo Christ, il miracle-baby. Fonte: https://twitter.com/msf_Sea

Link comunicato stampa nascita Christ: http://sosmediterranee.org/un-bimbo-nasce-su-un-barchino-durante-un-salvataggio-e-un-miracolo-in-una-tragedia/?lang=it

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