IL RITORNO

IL RITORNO

Di Jana Ciernoch, SOS MEDITERRANEE Germania

Quanto è cambiata l’Aquarius. Esattamente un anno e mezzo fa l’ho vista per la prima volta, nella fredda pioggerellina di gennaio a Sassinitz, sull’isola di Ruegen. Mi sembrò una nave dall’aria robusta e inospitale.

All’epoca lo spazio che oggi viene chiamato “rifugio” – un luogo riparato e sicuro per le donne ed i bambini sopravvissuti – era una stanza vuota. Linoleum blu, armadietti grigi e tavoli lunghi un metro rivelavano la precedente vita dell’Aquarius come nave da ricerca. All’epoca non avrei mai immaginato che questa stanza potesse riempirsi di vita, che delle persone qui mi avrebbero raccontato le loro storie e che dei bambini vi avrebbero giocato.

Oggi, un anno e mezzo più tardi, sono seduta nel rifugio, sulle mie ginocchia giocano due bambini piccoli. Attorno a me dormono delle donne fuggite dall’Etiopia, dal Mali, dalla Costa d’Avorio e dal Marocco. I muri sono decorati con disegni dei bambini. Rappresentano l’Aquarius, il mare, navi che affondano, bambini che giocano. Sono ricordi lasciati qui dai quasi 300 bambini che si sono seduti sul pavimento di linoleum blu dell’Aquarius.

Accanto ai disegni dei bambini, ci sono dei foglietti bianchi. In inglese, francese e arabo, spiegano che le donne vittime di violenza sessuale possono rivolgersi ai membri dell’equipaggio. Forniscono anche il numero di emergenza dell’IOM per le vittime della tratta di esseri umani.

Le persone salite sull’Aquarius hanno lasciato il segno. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo accolto più di 19000 persone a bordo. Sul ponte d’acciaio e in qualsiasi posto dove ci fosse un po’ di spazio, delle persone hanno dormito e riposato.

Hanno riempito l’Aquarius, questo luogo funzionale, di vita. Ci sono stati momenti di dolore, come il giorno in cui abbiamo trovato su un gommone 21 giovani donne e un uomo morti, oppure quando il team medico di MSF cercò invano di rianimare una giovane donna sul ponte della nave. E la sua amica, con la quale aveva viaggiato, cominciò ad urlare. Il lutto aleggia sull’Aquarius come un velo. Più spesso però, si tramuta in speranza. Speranza per quello che ancora deve venire.

Alla prima occhiata, l’Aquarius è ancora una nave tradizionale: nuda, funzionale, scomoda. Ma con un’occhiata più attenta si scoprono le storie delle persone che ci lavorano da quasi un anno e mezzo. Così come le storie delle persone che abbiamo accolto a bordo. È possibile immaginare cosa voglia dire attraversare il Mediterraneo. Le immagini nel rifugio e i vestiti da bambino sul ponte rivelano che i genitori tentano la pericolosa fuga insieme ai figli, a volte ancora neonati.

I volantini nel rifugio rivelano che le donne sono spesso vittime di violenza sessuale durante la fuga. Il kit di emergenza e il defibrillatore nell’infermeria mostrano che ci troviamo spesso in situazioni di crisi. Che delle persone muoiono nel Mediterraneo. Che alcune di loro lottano per sopravvivere a bordo. Che alcuni ce l’hanno fatta. Che altri hanno perso.

All’alba, dopo una lunga giornata di distribuzione del cibo, assistenza nel rifugio e sul ponte e turno notturno di guardia, vado finalmente a dormire nella mia cabina. Da sotto la mia finestra provengono i mormorii di quelli che sono stati salvati e che ora cercano di dormire sul ponte. In questi momenti mi sento al sicuro sull’Aquarius più di ogni altro luogo.

Autrice: Jana Ciernoch
Foto: Susanne Friedel/SOS MEDITERRANEE
Traduzione: Flavia Citrigno
Editing: Stefano Ferri

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