Ci vediamo in Gran Bretagna – La testimonianza

Ci vediamo in Gran Bretagna – La testimonianza

La sera di martedì 15 Agosto abbiamo trasferito 112 persone dalla Phoenix di Migrant Offshore Aid Station (MOAS) all’Aquarius per il rientro in Italia. E’ stata un’operazione facile per l’equipaggio e nel giro di un’ora e mezza tutti erano al sicuro su Aquarius, diretti a Nord verso l’Italia.

Il giorno successivo, quando tutti si sono riuniti sul ponte per la distribuzione del cibo, sono iniziati i giochi e le danze.

Non importava da dove venissero, tutti ballavano e cantavano insieme. Quel giorno molti dei superstiti erano originari del Sudan, come A. e J.

Ho cominciato a parlare con A. mentre stavamo in piedi sul ponte principale, guardando Malta che si stagliava all’orizzonte e parlando della cucina locale, della quale non sapevo nulla. A. cominciò a parlarmi del cibo di casa sua, così gli chiesi dove fosse la sua casa: “Hai presente Darfur? E’ su tutti i telegiornali. E’ in Sudan.” Annuii, sapevo dove si trovasse il Sudan, sapevo della guerra a Darfur. Gli chiesi da dove venisse esattamente e cercò di spiegarmi il luogo esatto in cui sorgeva il suo villaggio, poi disse: “Ma non esiste più. E’ stato tutto distrutto.

Ha lasciato Darfur nel 2003, quando era ancora un bambino, forse adolescente. A. non sa quanti anni abbia, ma non penso sia molto più vecchio di me. Dal Sudan è andato in Kenya, Uganda e Chad. Ogni volta viveva in un campo profughi. Finchè non ne ha avuto abbastanza, “non c’era lavoro, poco cibo e poche speranze di migliorare la tua vita”. Così è andato in Libia, a lavorare. “Conosci la Libia?” mi chiede. Annuisco. “Ci sei mai stata?” Scuoto la testa. “E’ un posto pericoloso,” dice, e io posso solo annuire.

Chiedo ad A. di raccontarmi del suo periodo in Libia, ed è la stessa storia di molti altri prima di lui. Dopo non essere stato pagato per il suo lavoro, A. venne portato in una prigione. Gli chiedo delicatamente della sua esperienza lì e lui scuote la testa, mostrandomi dei segni di bruciature su tutto il braccio. Osservo che indossa già un braccialetto particolare, che lo identifica come vittima di torture. A. mi guarda e dice semplicemente “è stato orribile.” E capisco che lui vorrebbe che cambiassi argomento. Così parliamo di me, ma quando gli dico che vivo in Gran Bretagna un uomo a pochi passi da noi mi mostra il braccialetto che indossa: la Union Jack. Mi dice che il suo nome è J. e che anche lui viene dal Sudan. Lui e la sua famiglia hanno lasciato il Sudan nel 2013, durante il picco del conflitto. Lui, sua moglie e i loro due figli scapparono in Egitto grazie ad un visto legale. Lì cercò di trovare lavoro, “ma non c’era nulla. Eravamo così poveri. Dovevo fare qualcosa” Così J. ha lasciato l’Egitto, consapevole che sarebbe stato più al sicuro lì, ed è andato in Libia a cercare lavoro. Ha trascorso lì 3-4 mesi, ma la situazione era così terribile che ha deciso di andarsene. Non ce l’avrebbe mai fatta a tornare vivo in Egitto, ‘troppo pericoloso’. Però J. si considera “fortunato”, perché è uno dei pochi ad aver ricevuto un minimo di salario dal suo lavoro. Mi dice che lì praticamente nessuno veniva pagato, ed anche se non ha ricevuto la somma che gli era stata promessa, era stato in grado di risparmiare abbastanza denaro e finì per pagare il suo passaggio. A. è ancora accanto a noi e ci dice che lui non ha pagato nulla per la barca, era solo stato messo su una. “Ognuno paga con una valuta diversa. Lui ha pagato un prezzo diverso, quello lì un altro ed io un altro ancora,” J. indica uno dei ragazzi in piedi lì vicino. ” Preferisco pagare che passare quello che ha passato lui,” mi dice J. più tardi, guardando A. J. mi parla di sua moglie, dei loro due bambini di 8 e 12 anni. Spera che un giorno avranno modo di andare all’università, “per diventare di successo come te”. Mentre ci avviciniamo all’Italia è venuto il momento per me di salutare, li ringrazio per il loro tempo, entrambi mi abbracciano e ringraziano per averli ascoltati.

Alla fine J. si gira a guardarmi, mi fa vedere il braccialetto e mi dice, “ci vediamo in Gran Bretagna”.

Autrice: Lea Main-Klingst
Foto: Narciso Contreras/SOS MEDITERRANEE
Traduzione: Flavia Citrigno